Memorie di una vigna

Era un po’ di tempo che non vedevo nessuno a farmi visita. Qualche sporadico passante, molti animali, che approfittando dell’assenza dell’uomo continuavano a scorrazzare tra i miei filari, in cerca di qualche grappolino rimasto appeso ad appassire, o di qualche radice commestibile ed erbe saporite nascoste tra i miei piedi. L’ultima volta erano in tanti, era ancora caldo, anche se le prime foglie degli alberi attorno già cambiavano colore, e le giornate accorciavano sempre più. Vennero con ceste e cesoie, a raccogliere i miei frutti maturi. Ho visto le stesse facce che mi avevano curato tutta l’estate, assicurandosi che avessi abbastanza luce, che le mie foglie non si ammalassero, liberando i grappoli più nascosti per offrirli al sole. In autunno è stato un piacere sentire i miei tralci alleggerirsi, asciare i grappoli e vederli andare verso un nuovo destino. Vedevo le facce allegre che li raccoglievano, pure tra i brividi della bruma mattutina ed il sudore del mezzogiorno.

Hanno lasciato i miei rami svuotati, ormai stanchi. Così ho lasciato pian piano andare anche le foglie, restituendole alla terra, tessendo per lei un morbido tappeto scricchiolante. Sono rimasti i miei tralci spogli, come scheletri scomposti, capelli scarmigliati, sgangherati candelabri protesi al cielo. Ho atteso il freddo, quantomai timido quest’anno. Una breve nevicata mi aveva convinto al meritato riposo, e sotto quella fine coperta bianca ho dormito qualche giorno, lasciando andare le ultime foglie ancora abbarbicate ai tralci.
Mi sono accontentata delle notti serene e fredde, contando le lune mentre i miei tralci seccavano sempre più, per farsi pronti a lasciare il posto a un nuovo ciclo.
Negli scorsi giorni i miei amici uomini sono arrivati, ancora armati di cesoie, ma senza ceste. Hanno tolto il superfluo, hanno scelto le mie gemme migliori, perché possa gonfiarle e darvi nuova vite all’arrivo della primavera. Mi anno pettinato, ripulito, preparato ad una nuova stagione di crescita. Ora confido di avere ancora un po’ di freddo, non disdegnerei una morbida coperta di neve ad allungare ancora il mio riposo e a riempire le mie bisacce di preziosa acqua per il futuro. Guardo gli alberi intorno, selvaggi, scruto con timore i caprioli che mi attraversano, sperando non facciano incetta dei miei germogli nel momento della mia rinascita.
Per ora mi riposo al fresco, aspetto una nuova stagione, sogno già i nuovi fiori, i voli di insetti, i grappoli, gli uomini ancora a preoccuparsi di me, ed io a ricompensarli con acini sani e saporiti.
Saluto la potatura, senza dispiacere. Il tempo del pianto arriverà, col caldo della primavera, ma sarà un pianto di gioia, per la nuova linfa vitale che ricomincerà a scorrere, e una nuova annata prenderà forma.